Put it in a cool dry…

Put it in a cool dry place
Le origini etimologiche dei Traveling Wilburys sono state oggetto di grandi controversie nei circoli accademici.
Il professore Bobby Sinfield crede che derivino da un gruppo di cantori che, nei tempi medievali, viaggiava sollazzando la popolazione con ballate contemporanee oppure da un gruppo di fabbri che, durante le crociate, erano famosi per districare cinture di castità bloccate (una specie di Pronto intervento).

Così inizia l’intervento del professor Tiny Hampton, responsabile per la ricerca di vita intelligente nel giornalismo rock all’ università di Please Yourself, California, nella busta interna del disco Volume 3 dei Traveling Wilburys.
Il disco in questione è del 1990 e segue un volume 1 del 1988 e un volume 2 di cui si sono perse le tracce. La trilogia raccoglie i pezzi interpretati da questa folta famiglia di cantastorie girovaghi e giunti fino a noi.
In particolare il volume 3 raccoglie le esecuzioni effettuate da Spike, Muddy, Clayton e Boo Wilbury. Ognuno di loro suona la chitarra, prevalentemente una acustica (ma anche elettrica, mandolino, banjo, basso, sitar) canta e compone le canzoni, Spike e Clayton hanno anche prodotto il disco.
La musica che i Traveling Wilburys ci forniscono è un esempio ineguagliato di ballata a più chitarre che si intrecciano con sapienza sotto cori trascinanti, adatto sia ai viaggi in comitiva sia a tener desto il camionista solitario durante il suo duro lavoro di chilometri e chilometri.
Si inizia con She’s my baby, rock puro di cui ognuno dei Wilburys canta una strofa per unirsi tutti insieme nel ritornello e lasciare spazio alla partecipazione di Gary Moore, che regala un assolo indimenticabile.
Si prosegue con Inside out, con lo stesso sistema (strofa da soli e coro insieme), mentre If you belonged to me viene lasciata alla voce solitaria e nasale e all’armonica di Boo Wilbury.
Con The devil’s been busy si ritorna allo schema classico delle canzoni precedenti, mentre 7 deadly sins, con Boo alle strofe e tutti al ritonello, ci riporta agli anni cinquanta, ai lenti guancia a guancia delle feste dei college.
In Poor house nessuno concede agli altri l’onore di cantare da solo. In Where were you last night lo schema torna classico, mentre in Cool dry place a Muddy viene concesso di rivisitare e stravolgere gli schemi del blues, e in New blue moon tutti insieme ci portano in pista per un ballo.
You took my breath away è un esempio di infinite variazioni sullo stesso tema, portate avanti da Clayton con l’aiuto di Spike. Il gran finale è per Wilbury twist, inno della famiglia: nella busta del disco sono anche indicati i passi da eseguire per mantenere la tradizione dei Traveling Wilbury.

Ah, dimenticavo, ognuno dei Traveling Wilburys ha intrapreso una carriera minore e sfortunata, separato dai fratelli, sotto pseudonimo:

    Boo Wilbury aka Robert Zimmermann ha inciso alcuni noiosi dischi di canzoni di protesta con voce nasale, di canzoni d’amore dal significato oscuro e di inni alla droga travestiti da invocazioni a menestrelli.
    Spike Wilbury aka George Harrison ha fatto il chitarrista per una famosa boy band (di cui non ricordo il nome) scioltasi dopo pochi anni per non aver saputo crescere con i propri fans e per i dissidi interni tipici degli pseudo artisti preconfezionati dai discografici
    Muddy Wilbury aka Tom Petty è stato il leader di un gruppo che, tra il finire degli anni 70 e l’inizio degli 80 ha tentato invano di resuscitare quel rock chitarristico vecchio e decrepito, contro la viva e vitale musica disco.
    Clayton Wilbury aka Jeff Lynne, dopo aver guidato un’orchestra di elettricisti, ha intrapreso una carriera di produttore, di cui non si ricorda un prodotto all’altezza.

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