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Nord e sud uniti nel…

Nord e sud uniti nella lotta di Vincenzo Guerrazzi
Guerrazzi è un operaio genovese che, nel 1972, racconta dell’avventura sua e dei suoi compagni che, per manifestare per l’unità sindacale
degli operai del nord e del sud, si recano a Reggio Calabria via mare, con una nave affittata dal sindacato.
Il libro è abbastanza frammentario, frutto di continue letture e modifiche da parte di tutti i compagni di Guerrazzi,
volutamente si sofferma su vari momenti della vita del protagonista e dei suoi compagni, ne illustra la forza e le debolezze e ha momenti anche esilaranti quando
vengono riportate le scritte che si trovano abitualmente sui muri dei cessi della fabbrica (posso testimoniare che ce ne sono anche al giorno d’oggi).
Da leggere in quanto testimonianza diretta della vita dell’operaio, quando esisteva ancora un orgoglio di essere operaio, di lottare per il proprio diritto ad una vita migliore, con l’impegno di migliorare la propria cultura,
la via maestra per affermare la propria dignità.

Ed ora, dottor Poldo, tocca a lei.

Ieri sera, all’ audi…

Ieri sera, all’ auditorium di Milano, Nick Cave si è esibito in una solo performance.
Accompagnato da una band composta da bassista, batterista e maltrattatore di violino, vestito di un completo scuro con camicia bianca,
ha fatto il suo ingresso e si è seduto al piano. E subito il quartetto ha preso possesso dell’anima dei presenti, accompagnandoli nel mondo dolente e poetico dei personaggi che popolano le canzoni/poesie dell’australiano.
Pensavo che l’assenza dei Bad Seeds avrebbe tolto una certa dose di energia alle canzoni di Cave, invece, in una esecuzione più scarna e nell’atmosfera raccolta dell’auditorium,
la drammaticità e il sentimento di The mercy seat, Hallelujah, Darker with the day, The ship song, Dolphins, God is in the house sono esplose in tutta la loro bellezza.
Cave è magro, alto, si agita sui tasti del pianoforte, urla, si alza, si risiede, sembra un pochino costretto dal fatto di non potere abbandonare il piano.
Trova un degno compare nello scatenato violinista, Warren Ellis, che maltratta il suo strumento, ne tira fuori note ruvidissime e assoli morbissimi, lo usa come una chitarra,
sfutta l’effetto Larsen per sottolineare i momenti più duri, si contorce trascinato dai crescendo e si rannicchia su se stesso nei momenti in cui il suo strumento non è necessario, quasi a caricarsi come una molla, per poi esplodere trascinando con sè tutto il teatro.
L’impertubabile bassista Martyn P.Casey e il granitico batterista Thomas Wydler completano un gruppo che, alla prova di un auditorium dalla acustica perfetta, ha dimostrato tutta la sua classe.
Una menzione particolare, a mio parere, meritano le versioni di Do you love me? dolce e dolente, e di Henry Lee scatenata e distruttiva quanto nella sua versione di studio è ballata cantilenante.
Nei bis, alla richiesta di Into my arms fatta da una ragazza che, con trasporto, ne ha cantato la prima strofa, Cave ha concesso a lei il microfono, salvo poi scroprire che la ragazza, pur ben intonata,
sapeva solo quella strofa.
Devo ammettere che un po’ di delusione ha percorso l’animo di zuck e della smilza, perché, francamente, speravamo di sentire quella magnifica poesia dalla voce di Nick.
Come deluso è stato tutto il pubblico, quando il concerto è finito: la bellezza dell’evento invogliava a sentire ancora tante canzoni (As I sat sadly by her side, Red right hand, Are you the one I’ve been waiting for?, Straight to you mancano alla mia personale track list),
a perpetuare quei momenti che tutti hanno apprezzato.

Oltre all’opinione di zuck, potete farvi un’idea della performance con il resoconto di Emanuela.